julietartmagazine.com | Emanuela Zanon

Alla galleria CreArte Studio di Oderzo (TV) è stata prolungata fino al 13 dicembre Archeologia Domestica Vol.I, personale di Silvia Giambrone che riunisce una selezione di opere recenti incentrate sul tema della violenza, spesso inespressa, insita nel quotidiano e sulle altrettanto inconsce strategie di esistenza con cui l’individuo ne rimuove o ne affronta l’occulta minaccia. Il lavoro della giovane artista siciliana che vive e lavora a Roma scandaglia i precari equilibri di tensioni contrastanti che danno forma alle ambivalenze dei comportamenti umani facendone emergere gli aspetti più flebili per scongiurarne la definitiva sparizione. Alla continua ricerca di nuove dolorose armonie poetiche, il suo linguaggio nasce dall’incessante rinegoziazione tra un’intensa dimensione emozionale, che rappresenta l’autenticità dell’opera e la sua più intima ragion d’essere, e l’impeccabile rigore estetico con cui ne individua la traduzione visibile più consona. Una delle matrici principali del suo percorso artistico è infatti proprio la poesia, da cui mutua l’attitudine a percepire ciò che di solito viene ignorato per restituirlo come nuda evidenza, come domanda assillante con cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi, come deflagrazione di inquietudine che la bellezza amplifica anziché placare.

Dalle devastazioni conclamate della guerra che alternativamente infiamma ogni parte del mondo ai sottili soprusi alla base delle convenzioni sociali che regolano la convivenza umana, l’individuo, ancor più se di sesso femminile, è oppresso da uno stato di allerta continua che penetra anche nelle pieghe più recondite della vita privata insidiando l’apparente tranquillità del focolare domestico. Nulla sembra poter offrire protezione, si è costantemente Sottotiro dei nostri conflitti interiori che fanno fronte comune con imprevedibili minacce esterne, come mostra la video performance del 2013 in cui Silvia Giambrone viene puntata con un mirino laser da un invisibile antagonista. Inizialmente infastidita dalla condizione di bersaglio, l’artista reagisce all’ansia arrendendosi al rischio e instaurando un rapporto quasi giocoso con l’intimidazione in un estremo tentativo di esorcizzare la paura. Dall’accettazione del conflitto e dall’esplorazione delle sue possibili declinazioni narrative, emotive ed esistenziali nascono le altre opere della mostra che, come sottolinea il curatore Fabrizio Pizzuto, trovano in questa performance la propria matrice ideale.

Se gli oggetti di cui ci circondiamo sono le estensioni materiali delle nostre abitudini e le tracce delle nostre esperienze, quando la casa si rivela un luogo ostile anch’essi si trasformano in altrettante proiezioni del disagio. Così avviene ad esempio nella serie Vertigo (2015), composta da coppie di immagini stampate su carta da pacco ricavate dalla scannerizzazione di comuni accessori domestici: ogni accostamento sembra attivare inesplicabili rapporti di tensione tra i due, che influenzandosi reciprocamente, evocano misteriose associazioni d’angoscia. La connessione in campo neutro sembra inoltre smaterializzare gli oggetti per presentarli in una dimensione concettualizzata, sospendendoli nel recondito limbo mentale delle ossessioni inespresse. La violenza può essere anche un’impronta indelebile nell’anima che continua a condizionare il presente nonostante si tenti di rimuoverla dalla memoria: nella serie Testiere (2015) l’artista presenta le sagome di diverse testiere di letto che appaiono come fantasmi su lastre di zinco corrose dall’acido. Il cristallizzarsi della sparizione, che avviene su un materiale tagliente in aperta opposizione ad ogni facile intimismo, ne materializza l’assenza come trauma resistente che diventa incancellabile presenza.

Se le immagini ed i ricordi possono essere destabilizzanti, nemmeno gli oggetti più fragili risultano innocui, come i paralumi in vetro rovesciati (Fiat Lux, 2015)in cui Giambrone comprime brandelli di tessuti liturgici utilizzati per la celebrazione cattolica del rito eucaristico, che ricordano la forma di una bomba molotov artigianale. Esplicitamente allusivi alla secolare connessione tra religione e sopraffazione che accomuna le principali fedi religiose mondiali se vissute in modo assolutista, in questi oggetti modificati risuona l’avvertimento che la violenza può esplodere immotivatamente in qualsiasi circostanza.

Come sopravvivere quindi alla battaglia dell’esistenza individuale che ciascuno combatte solo tra le pareti della propria casa? L’artista lo suggerisce assieme a tre compagni attori nella performance Nobody’s Room realizzata in galleria all’inaugurazione della mostra, in cui i soggetti recitanti declamano alcuni punti di un testo del poeta e drammaturgo bosniaco Nedzad Maksumic dedicato all’arte di sopravvivere in guerra. Togliendo i riferimenti più specifici ai disastri bellici, gli interpreti di fronte ad aste da microfono che sorreggono coltelli, mezzelune e altre suppellettili domestiche acuminate, affilano le parole in una solipsistica coralità che trasforma la paura in un potente inno alla vita che si eleva al di sopra di ogni emergenza.