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Lo Studio CreArte alla luce dei successi internazionali di critica e pubblico, propone la personale di Katerina Belkina intitolata AlterEgo. La mostra, curata da Carlo Sala, inaugura venerdì 8 dicembre presentando una ampia selezione di lavori, molte dei quali mai esposti in Italia.

L’autrice, già vincitrice del premio Hasselblad Master per la fotografia d’arte nel 2016, porta avanti con coerenza una ricerca fotografica che, se da un lato rimanda con precisione ai modelli espressivi della storia dell’arte, dall’altro utilizza tutte le potenzialità del digitale per novellare la pratica artistica del camouflage. In mostra vari cicli di opere che delineano il percorso espressivo di Katerina Belkina, tra cui Revival, Light and Heavy e Empty Spaces.

Nel ciclo Revival (2014-2015) emergono, delle allegorie che, se da un lato giocano su sottili rimandi alla pittura classica, dall’altro risultano ambientate ai nostri giorni. Ne è un esempio il lavoro Vesna (2015), dove il formato tondo è un richiamo alla tradizione pittorica della scuola fiorentina rinascimentale. In queste opere della Belkina, non agisce però una citazione letterale delle opere del passato, ma l’uso di determinati temi o espedienti formali come pretesto per richiamare una serie di riflessioni. L’autrice guarda infatti ai modelli iconografici del Rinascimento non cercando una loro trasposizione diretta, quanto per porre un ponte ideale verso il pensiero umanista che fu alla base di quel mirabile periodo culturale, dove la dottrina filosofica rimetteva al centro del suo dibattito l’uomo e il connesso concetto di dignità. In altri lavori della stessa serie, come Constant (2015), lo scenario non è più rarefatto e appare l’orizzonte di una metropoli da cui spuntano i fumi delle ciminiere del tessuto industriale, a rendere ancora più esplicito il desiderio di attualizzare quelle stesse riflessioni esistenziali.

La serie Light and Heavy (2014) è dedicata a Samara, la sesta città più grande della Russia che ha dato i natali all’artista. Già nel titolo, l’autrice ci fa comprendere come voglia raccontare quel luogo secondo tutta una serie di dicotomie e contrasti, tracciando il ritratto di una città che per l’appunto è leggera e pesante, fatta di povertà e ricchezza, dove bello e brutto convivono. In particolare, è compiuta una riflessione sul ruolo della donna all’interno di un contesto che la tratta come un “oggetto”, la pone in continua competizione e non le garantisce un futuro sereno. Infatti, pur non comparendo alcuna figura maschile nei lavori, sembra che le donne che popolano le fotografia ne sentano comunque la presenza nascosta e ne siano condizionate. In opere come Kuybyshev Square (2014) si vedono delle architetture anonime –  a tratti metafisiche –  che costruiscono la morfologia di una città che la Belkina definisce «vivace» e «che tuttavia sembra senza volto» incutendo nello spettatore un senso di spaesamento e oppressione.

 

Il ciclo Empty Spaces (2010-2011) ragiona sulla centralità della persona attraverso il netto contrasto con i luoghi dove si svolge la sua esistenza. In Metro (2010) compare una ragazza che, nella sua desolante solitudine, vaga sui mezzi pubblici di una grande città: l’espressione malinconica del suo sguardo rivolto verso il basso ne sottolinea la condizione aliena al contesto. Sembra che il suo viaggio sia senza una meta, rimandando così ad un moto perpetuo che metaforicamente coincide con la ricerca di un luogo che colmi il vuoto interiore a cui allude lo stesso titolo della serie. È significativo come le varie figure presenti in questo ciclo, quando raffigurate in un luogo stabile come la casa, siano sempre collocate in un punto liminare: alla finestra, sulla soglia di una porta o su un cornicione, in bilico tra ‘dentro’ e ‘fuori’ a testimoniare l’assenza di una quiete interiore e la ricerca di una dimensione che trascende la materialità dei luoghi. Una delle immagini di maggiore forza espressiva è Fly (2010), in cui il senso di incertezza si rovescia qui – con significato confortante – nel volo che è pericolo, ma anche liberazione e realizzazione delle proprie aspirazioni.

Come scritto dal curatore Carlo Sala: “Tutti i protagonisti delle immagini della serie sono impersonificati dall’artista, a ribadire una sua totale adesione interiore ai temi trattati. Pertanto è bene non lasciarsi ingannare dalla natura artefatta delle fotografie di Katerina Belkina, dove l’estremo rigore formale è uno stratagemma per sondare alcuni possibili aspetti della natura umana”. Insomma, un voler utilizzare le potenzialità che la fotografia digitale permette per condurre una profonda riflessione sulle sfaccettature della persona.

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