infooggi.it | Domenico Carelli

ROMA, 18 MAGGIO 2014 – Per immergersi in un’atmosfera postavanguardistica, sperimentale, l’appuntamento è nel quartiere Monti, presso la Galleria Fondaco, dove da poco è stata inaugurata la mostra di Jolanda Spagno“HEIMA”, a cura di Gabriella DamianiFrancesca Marino e Flora Ricordy – visitabile fino al 30 maggio 2014.

L’artista pugliese, attraverso dieci opere inedite, dipana il suo immaginario, con una cifra stilistica personale e ormai consolidata, un “atlante delle emozioni” rigorosamente in bianco e nero, in cui forme e figure si agitano «come avvolte in metafisica sospensione, tra l’essere e l’apparire, la vita e la morte, il ricordo e l’evocazione», spiega il Soprintendente Fabio De Chirico, nella cornice di «un unico grande racconto, un proustiano tessuto di immagini che si dispongono e si rimandano a vicenda, come paragrafi e capitoli di un’unica vicenda umana ed artistica».

«Il racconto», prosegue De Chirico, «ci conduce verso casa – la casa dei sogni, la casa dei ricordi, la casa delle origini»; e piante, animali, volti, lo stesso autoritratto dell’artista, «muti protagonisti di un paesaggio interiore», ci osservano, ci interrogano, in un gioco incantato di specchi, di illusioni ottiche infrante, intense, da cui una voce si leva, sussurrando: «“io sono”, “io ci sono”, “anche voi siete”».

Jolanda Spagno nel 2011 ha partecipato alla LIV Biennale d’Arte di Venezia; di recente alcuni suoi lavori sono stati acquisiti nella Collezione di Arte Contemporanea della Farnesina.

Sùrrealisma

Jolanda Spagno – Sùrrealisma – Matita su carta, lente (2014)

Nell’intervista dedicata ai lettori di InfoOggi il racconto di un’altra idea di bellezza.
“HEIMA” è un titolo piuttosto originale: in islandese, “a casa”. Rappresenta idealmente la continuazione e/o epilogo dell’altra personale, “Sùrrealisma”, in merito alla quale Carmelo Cipriani scrive in Oltre il silenzio: «L’Islanda, gelido paradiso, paese di per sé sibillino nella rarefazione abitativa e nel silenzio mediatico, degno paesaggio e auspicato scenario per il lavoro dell’artista…». È dunque questo il suo domicilio?
In realtà Heima è un concetto più che un domicilio. Esprime lo stato di agio dell’essere a casa o dell’essere presente. Ho la sensazione che la presenza di cui parlo sia ben espressa dagli artisti musicisti Islandesi contemporanei. Nella musica e nei video percepisco una visione Surrealista che offre non sogni ma visioni e percezioni alternative del “reale”. Ecco la mia profonda affinità elettiva islandese. La terra d’Islanda è una pura ispirazione. La bellezza unica del nero dei residui vulcanici e il bianco assoluto immersi nel cielo estremo del nord, cielo che ti fa sentire “HEIMA”… a casa. Paesaggi che ricorrono nei miei disegni e che per me appartengono a quei luoghi, a quella bellezza che sospende. Non è solo la terra che mi richiama; gli Islandesi hanno molto da insegnare agli “umani”… l’attenzione e il rispetto che offrono alla natura e alla comunità mi scaldano.

In controtendenza rispetto al panorama artistico attuale, le sue opere sembrano ripudiare le nuove tecnologie; come un prodigio si dischiudono dalla semplice grafite, da un foglio di carta, filtrate da lenti ottiche (optical lighting film). Ricordano i fotogrammi e in prima battuta confondono anche l’osservatore più attento, alterandone la percezione in modo visionario. Una tecnica al limite della perfezione: come nasce? 
Non ripudio le nuove tecnologie anzi le amo, in qualche modo le utilizzo per la mia ricerca. La lente Olf è un materiale tecnologico frutto dell’intelligenza umana, riesce a modificare la percezione del reale, interagisce con la luce, la polarizza e la scompone. Io disegno con la matita in bianco e nero e la lente può aggiungere tutti i colori dello spettro visibile: è questa una visione Surrealista.

Va in scena il subconscio, la radice oscura dell’io (L’ombra che sta al centro, espressione celebre cara a Carl Gustav Jung, nonché titolo di un’altra sua mostra), attraverso brani naturalistici, “alberi che si moltiplicano”, visi eterei, imperscrutabili, dai tratti universali. La chiave di lettura?
La chiave non sono io a possederla ma chi guarda, la lettura può essere infinita. Roberto La Carbonara che ha curato la mostra “L’ombra che sta al centro”, ha colto nel duale l’espressione dell’io profondo, il “Naturale” che ci lega alla terra di cui parlava Jung. Forse è quella parte oscura che ci libera dalla mente razionale per farci esplorare l’altro e l’altrove.

Recentemente ha dichiarato: «Le opere, senza la partecipazione di chi le guarda, sarebbero altrove, come chi non le guarda». Cosa intendeva esattamente?
Le opere per svelarsi richiedono l’attenzione di chi le guarda, altrimenti diventano invisibili: è come leggere un libro ed essere con la mente altrove o vivere senza presenza. Comprendo che in alcuni casi l’Arte contemporanea ha bisogno di essere tradotta, ma si può avere un colloquio con l’opera anche solo accogliendo quello che non ci sarà svelato.

Mai senza… 
…Senso.

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